Gli uomini, che mascalzoni...

Gli uomini, che mascalzoni…
di Mario Camerini Fiction Italia 1932 63'

Il titolo provvisorio di Gli uomini, che mascalzoni... è Taxi. Ludovico Toeplitz sostiene che, se avesse avuto più esperienza, lo avrebbe chiamato Parlami d'amore Mariù. Sottolineando ancora di più lo spessore mediologico del film con il richiamo esplicito alla canzone di Cesare Andrea Bixio e Ennio Neri, che Vittorio De Sica canta e balla con Lya Franca sul ritmo avviato dalla pianola meccanica. Il motivo ricorrerà a più riprese nel corso dell'idillio tra Bruno e Mariuccia. Il film sembra ossessionato dai mezzi di trasporto e dai mezzi di comunicazione, altrettanti contrassegni della modernità nella nuova società di massa in formazione. Sui mezzi di trasporto, Taxi sarebbe stato anche troppo    esplicito. Viene    in    mente    la    battuta polemica    del    tassista    Cesare    Zoppetti    ( Tadino, il padre di Mariuccia) nei confronti del vetturino, definito come «uno di quelli che ci levano il pane di bocca ». C'è poi la doppia andata-e-ritorno ai laghi, ritmata dallo sguardo costante e ansioso sul contachilometri, ma anche dal rapporto tra i pneumatici e la strada fino allo scontro con il carretto. Se si torna indietro è paradigmatica l'opposizione tra bicicletta e automobile, che induce Bruno a darsi una seconda chance ripresentandosi con l'auto del padrone davanti alla profumeria di Mariuccia. Ancora prima è fondamentale la gara tra bicicletta e tram, quando Bruno rincorre inutilmente la ragazza in Corso Sempione. Sta a sé il capitolo in cui De Sica fa l'autista con la divisa d'ordinanza in tinta con il colore dell'automobile, ma proprio quando sembra rassegnato a sopportare la situazione, improvvisamente si licenzia, lasciando il nuovo padrone, che non sa guidare, alle prese con un ingorgo. Citazioni d'obbligo: la sequenza degli autoscontri, dove la gelosia per il presunto rivale anima una serie di brutali tamponamenti; e il finale in cui, senza accorgersene, Vittorio De Sica e Lya Franca si infilano nel tassì del padre di lei, con quel che segue. I mezzi di comunicazione sono ampiamente rappresentati dalla stampa e dalla pubblicità. L'edicola dell'inizio torna più volte per squadernarci davanti agli occhi le riviste popolari dell'epoca, da «Cinema Illustrazione » a «Il Secolo Illustrato », da «Novella » a «Piccola », che Mariuccia legge sul tram. La pubblicità domina attraverso la cartellonistica, dalle scritte alle insegne luminose, dai manifesti murali agli stand della Fiera. Sin dalle prime sequenze si susseguono Birra Italia, Soratti Mobili, Acqua Giommi. Quando le commesse della profumeria Bertoni-Milano-Torino girano l'angolo, s'intravedono l'annuncio di uno spettacolo Za-Bum e il manifesto de La Rinascente. Ci si imbatte più volte nell'orologio del Panettone Alemagna. Si moltiplicano nella gita ai laghi i cartelli di Zigler Ascensori, Shell, Vini Bracco a forma di bottiglia, Sementi Piante, Albergo Ristorante Touring, mentre nell'incidente la Fiera del Levante cade sul carretto. Al Moka Sherif si danno appuntamento gli attempati spasimanti delle commesse. Gli stand della Fiera sono un'esplosione di insegne con le pubblicità dell'Alph, della Philips, dei lubrificanti, dei macchinari in azione, ognuno con l'insegna del nome della ditta, delle pompe automatiche, dove Bruno trova lavoro come imbonitore. Persino l'ottovolante è orgogliosamente presentato come "Creazione moderna". La donna delle caramelle ostenta il cartello "Velocità 25 al secondo". Lo strano telefono accanto allo stand di Mariuccia è invece un avveniristico spruzzatore di profumo. (o. c.)

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